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Schiavi di internet. Ovvero: del trionfo dell’individualismo digitale

One cannot live outside the machine for more perhaps than half an hour.
Virginia Woolf, The Waves

Against The Machine: Being Human in the Era of the Electronic Mob, opera del newyorkese Lee Siegel, è la più precisa, pungente e spietata critica mai scritta riguardo la dimensione sociale di internet. Oltre che – ovviamente secondo l’opinabilissima opinione del sottoscritto – uno dei migliori testi contemporanei dedicati al rapporto fra uomo e tecnologia. L’unico mio problema con questo libro, pubblicato nel 2008, è l’averlo letto solo oggi.

Alla metà degli anni ’90 ha avuto luogo, invisibile agli occhi dei più, una rivoluzione culturale che soltanto oggi si mostra in tutta evidenza come come l’inevitabile sviluppo – virato in chiave tecnologica – del ripiegamento dell’individuo su se stesso figlio dell’invenzione novecentesca della psicoanalisi. Senza Freud, niente internet. Per lo meno non nella forma in cui si è imposta, vale a dire come primo ambiente sociale della storia pensato a uso e consumo dell’individuo isolato e narcisista.

Come è possibile che sia così, se è vero che internet è per antonomasia luogo di apertura, incontro, opportunità? La possibilità stessa che ci si ponga una simile, ingenua domanda è la più schiacciante prova della riuscita di una strategia persuasiva che merita di essere analizzata.

Prima mossa: la santissima trinità web dell’accesso – libertà, democrazia, scelta – nasconde sotto la sua pelle digitale una solida spina dorsale, quella del sistema economico che ci governa h24. Quando internet offre informazione, velocità ed efficienza sta in realtà vendendo sempre e solo una cosa: convenienza economica. Tanto su Ebay, quanto su Wikipedia o Youporn. E riesce a far credere che non sia così, facendoci sentire parte della grande, anonima e accogliente comunità del web.

Seconda mossa: nell’era di internet la veste del business si fa cool e creativa (si pensi a profeti tecnologici pseudo-culturali come Apple o «Wired»), imponendosi come riferimento per i “bohème culturali” di tutto il mondo. Altro che lavoratori della conoscenza; noi produttori/consumatori del web 2.0 siamo pronti a tutto pur di ottenere un like, avendo forse non del tutto compreso ma di certo introiettato un’idea: imparare a vendere noi stessi, in ogni momento della nostra vita, è tutto ciò che conta per stare bene on-line.

Come valutare le conseguenze di queste due mosse? A fine 2006 «Time» pubblica il suo annuale numero dedicato alla “persona dell’anno”. In copertina, lo schermo stilizzato di un computer con una sola parola: “YOU” ( il computer è un Mac e l’interfaccia sullo schermo è quella di Youtube). Ecco, nel sua più efficace rappresentazione, la rivoluzione culturale in chiave economico-individualista realizzata da internet.

Il super-individuo figlio di internet è un prolifico confezionatore di prodotti destinati al mercato dei suoi interlocutori on-line. Il contenuto non ha nessuna importanza: in internet non conta veicolare un messaggio, ma esprimersi. Per questo rendiamo performance la nostra privacy, in cerca di popolarità digitale a buon mercato. Il diktat del web è semplice, e basta aprire Youtube-Facebook-Twitter per rendersene conto: il segreto è eccellere nella medietà. Risultare come chiunque altro più di quanto chiunque altro sia in grado di fare. In italiano non suona troppo bene, quindi lo riporto nell’inglese scioglilingua di Siegel: «sound more like everyone else than everyone else is able to sound like everyone else». Questo è quanto.

Certo, un articolo come questo pubblicato in un blog ha qualcosa di contraddittorio, ma tant’è, potete sempre mettermi un like.

[ illustrazione: particolare dalla locandina promozionale italiana del film The Social Network di David Fincher, 2010 ]

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2 thoughts on “Schiavi di internet. Ovvero: del trionfo dell’individualismo digitale

  1. Catia G ha detto:

    Buongiorno, non pensa che anche Linkedin ormai sia diventato piu’ un veicolo per esaltare le proprie “performances” quindi una altro modo per esaltare se stessi in termini professionali piuttosto che un tentativo di ampliare il proprio network e le proprie possibilita’ anche lavorative?
    Puo’ essere significativo il fatto che ogni volta che cerco di chiedere consigli a quache HR manager la risposta e’ sempre il silenzio o un secco “il suo profilo non rientra negli ambiti di mia competenza” allora mi chiedo “perche’ hai accettato il mio contatto??? perche’ fa fico far vedere 500+ contatti”?
    Inizio a vedere LInkedin come un Facebook #2. Ha senso continuare ad usarlo??

    • Non si tratta di una degenerazione dello strumento, ma della sua natura originaria. Linkedin si differenzia dagli altri canali “sociali” del web per l’ambito espressamente lavorativo in cui si iscrive, non certo per le modalità con cui alimenta – esattamente come Facebook o altri strumenti – l’autopromozione individuale. Se le interessa una riflessione puntuale su questi temi, le consiglio senz’altro di leggere il libro di Lee Siegel citato nell’articolo.

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