CAMBIAMENTO, LAVORO, LETTERATURA, SOCIETÀ

Disoccupazione e ruolo sociale delle aziende, dal 1959 a oggi

Quel che più colpisce leggendo oggi Donnarumma all’assalto, romanzo scritto da Ottiero Ottieri nel 1959, sono i grandi cambiamenti subiti nel corso del tempo dal fenomeno della disoccupazione, osservato nei suoi elementi scatenanti e nelle conseguenze sociali.

È a valle dell’esperienza di selezionatore del personale presso lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli che Ottieri scrisse questo libro, che risulta colmo della sofferenza dell’autore nell’interpretazione uno scomodo ruolo di cerniera fra impresa e cittadini. Nel romanzo i disoccupati – di cui il rancoroso e violento Donnarumma diventa principale simbolo – recriminano un lavoro che difficilmente potrà loro essere dato, soprattutto per via del cambiamento in corso nelle modalità di organizzazione aziendale, ormai improntate all’automazione e alla specializzazione del manovale. La rabbia proletaria, simbolicamente rivolta contro la schematicità dei test di valutazione “psicotecnici” (su cui ironizzerà anche Ermanno Olmi nel suo Il posto, film del 1961), si innesta sul senso di bisogno di un posto di lavoro che viene percepito,raffrontandosi con un’istituzione aziendale cui si attribuisce un ruolo civile e non solo economico, come dovuto.

Provando a confrontare questa visione della disoccupazione, collocata nell’Italia industriale del boom, con quella dominante oggi nel nostro Paese, emergono differenze molto significative per quel che riguarda l’atteggiamento degli stessi disoccupati. Questi ultimi, soprattutto quando particolarmente giovani, si caratterizzano per una sensazione di frustrazione e rassegnazione che non è in grado di esprimere nessuna forma di protesta nei confronti delle istituzioni organizzative. La sensazione di impotenza che la “crisi sistemica” ha inculcato nei giovani si unisce a un atteggiamento di immobilismo rafforzato dal ruolo di protezione spesso rivestito dalle famiglie. Se a ciò si aggiunge il sentimento di disillusione nei confronti dell’impegno politico (manifestato dall’emergere di nuovi movimenti guidati da “tribuni del popolo”), il quadro dei disoccupati d’oggi risulta completo e non potrebbe essere più distante da quello descritto da Ottieri oltre cinquanta anni fa.

[ illustrazione: fotogramma da La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, 1971 ]

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CINEMA, LAVORO

L’Italia del boom secondo Ermanno Olmi

Il Posto (1961) di Ermanno Olmi è un disincantato affresco dell’Italia del boom e della nascita nella nostra nazione della classe dei “colletti bianchi”. Il lavoro agricolo non esiste di fatto più e lo spostamento dalla provincia alla città, organismo in grande cambiamento (in una sequenza si intravedono i lavori per la metropolitana a Milano), rappresenta soprattutto un cambio di prospettiva rispetto a bisogni e desideri.

L’abbandono del paese natale – per assurdo reso ancora più forte dal pendolarismo – racconta la perdita di una cultura aggregante e insieme oppressiva (la famiglia) e la conquista di una libertà che pare portare con sé una necessaria dose di estraneità.

Il Posto descrive l’impersonalità dell’istituzione lavorativa, la sua seriosità e l’approccio scientifico, perfettamente rappresentati dal”ironica resa dei test d’ingresso psico-attitudinali, nonché l’ineluttabilità del destino della carriera professionale.

Alcune sequenze del film riescono perfettamente, nel loro freddo verismo, a mettere in scena alcuni vizi della declinazione italiana del lavoro d’ufficio – in particolare l’ipocrisia dei rapporti e la frustrata brama di carriera – che a distanza di un decennio esatto torneranno in chiave grottesca in Fantozzi (il libro di Paolo Villaggio è del 1971, il film di Luciano Salce del 1975).

[ illustrazione: fotogramma dal film Il Posto di Ermanno Olmi, 1961 ]

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