DIVULGAZIONE, FOTOGRAFIA, METAFORE, SEGNI, STORIE

L’ultima foto di Lincoln e il valore culturale degli artefatti

Il cineasta e studioso di fotografia Errol Morris ha recentemente redatto un saggio in più “puntate” per il New York Times. Oggetto della sua indagine è una foto di Abramo Lincoln nota come “the cracked one”. La foto è particolarmente celebre per due motivi: 1) la si ritiene l’ultima immagine di Lincoln prima della morte; 2) il frammento spezzato nella parte alta della foto, la cui linea di rottura coincide con la sommità del capo del sedicesimo presidente americano, ha assunto un ruolo metaforico rispetto alla sua morte di quest’ultimo. Queste due caratteristiche sono così radicate nell’opinione comune che nel 2005 Barack Obama, allora senatore dell’Illinois, volle proprio questa foto per un suo articolo dedicato a Lincoln.

A partire dalla fama e dal ruolo simbolico di questa immagine Errol Morris si cimenta, con un piglio indagatore che ha largamente praticato nel suo eccellente testo Believing Is Seeing: Observations on the Mysteries of Photography (2011), nella ricerca delle origini della foto, che comunemente si ritiene scattata dal fotografo Alexander Gardner il 10 aprile 1865, cioè cinque giorni prima dell’uccisione di Lincoln. Quel che Morris riesce a scoprire, giovandosi di un’indagine legata a storici e collezionisti, è che in realtà questa data non è corretta ma frutto di un’attribuzione più o meno fortunosa. In realtà Lincoln si recò nello studio del fotografo Gardner il 5 febbraio del 1865, quindi circa due mesi prima. Tutto ciò fa sì che l’ultima immagine di Lincoln sia in realtà un’altra, cioè quella scattata dal fotografo Henry Warren il 6 marzo 1865.

Morris è in grado, con un affascinante lavoro di ricerca che prende le mosse da un’immagine (e che vale la pena di leggere in originale), di farci riflettere sulle modalità con cui diamo valore ad artefatti. Tutto il significato della foto del 5 febbraio di Gardner va attribuito al valore simbolico che essa ha acquisito. Le circostanze in cui è stata scattata sono quindi del tutto secondarie rispetto ai processi culturali di cui è stata ed è tramite.

[ illustrazione: ritratto di Abraham Lincoln realizzato da Alexander Gardner il 5 Febbraio 1865 ]

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EPISTEMOLOGIA, FOTOGRAFIA, STORIA

Se non ci credo, non lo vedo!

Nell’eccellente Believing Is Seeing: Observations on the Mysteries of Photography (2011) Erroll Morris – già vincitore di un premio Oscar per il film documentario The Fog of War (2003) – affronta tramite la fotografia il tema della percezione di ciò che consideriamo vero o falso.

L’esempio più riuscito del libro prende spunto da un’immagine  di Roger Fenton (1829-1969), fotografo inglese noto per aver realizzato durante la campagna di Crimea quello che è storicamente considerato il primo foto-reportage di guerra. La fotografia in questione – realizzata nel 1855 – mostra la violenza e la distruzione della guerra tramite una veduta di un campo da battaglia disseminato di palle da cannone.

Esiste anche una seconda fotografia, identica alla prima per inquadratura e soggetto tranne che per un significativo particolare: le palle di cannone sono in posizione molto diversa, lasciando la carreggiata sgombra (nell’animazione qui sopra è possibile vedere in alternanza le due immagini). Il dibattito sulle due fotografie – aperto da un saggio di Susan Sontag cui Morris fa riferimento nel suo libro – ha nella stragrande maggioranza dei casi risolto il “mistero” delle due immagini identificando come prima quella con il sentiero sgombro e come seconda quella con il sentiero intralciato. La generale convinzione dei sostenitori di questa tesi – basata non sui fatti ma su una interpretazione delle ipotetiche intenzioni del fotografo – è che Fenton avrebbe “manomesso la realtà” della scena per ottenerne una rappresentazione più drammatica ed efficace. Sarà stato davvero così?

Il lavoro di Morris è partito da questa domanda ed è andato molto lontano, tanto da condurlo perfino in Crimea alla ricerca del luogo esatto in cui le foto sono state scattate nel 1855. Passando attraverso pareri di esperti, molteplici perizie e un lavoro sull’immagine che ricorda la celebre sequenza dell’ingrandimento di Blow-Up di Michelangelo Antonioni, Morris riesce a comprendere – osservando le differenze di luci e ombre nelle due foto – che la fotografia col sentiero sgombro è stata effettivamente scattata per prima.

Questa scoperta ha a ogni modo un’importanza del tutto secondaria rispetto a quanto trapela in tutto il saggio di Morris: di fronte a indizi, fatti e perfino alla “Verità”, non possiamo mai fare a meno di interpretare e assumere un punto di vista che è sempre del tutto soggettivo. E se poi i fatti si adeguano al nostro punto di vista, tanto meglio. Ecco perché dovremmo riparafrasare il classico detto “se non vedo, non ci credo” in “se non ci credo, non lo vedo”. La fotografia, con l’ambigua verità di cui è spesso considerata portatrice, risulta un ottimo strumento per condurre un percorso di consapevolezza su questo tema epistemologico.

[ illustrazione: animazione di due fotografie di Roger Fenton scattate nel 1855 ]

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