APPRENDIMENTO, CINEMA, COLLABORAZIONE, DIVULGAZIONE, JAZZ, METAFORE, STORIE

Ecco perché Whiplash non parla di apprendimento (anche se è un film da Oscar)

Whiplash (2014), lungometraggio del ventinovenne Damien Chazelle, è candidato per la cerimonia degli Oscar 2015 a ben cinque premi, fra cui miglior film e miglior attore non-protagonista. Il film narra l’apprendistato di un giovane batterista jazz (interpretato dal giovane Miles Teller), il cui percorso di studi è guidato da un insegnante (un intenso J.K. Simmons) i cui metodi, basati sulla violenza verbale e fisica, sono alquanto discutibili.

Il film è una tesa e inquietante messa in scena di un rapporto maestro-dicepolo basato sull’abuso di potere e sulla manipolazione. Gli attori sorreggono perfettamente la sceneggiatura e J.K. Simmons in particolare si produce in una performance superba, decisamente degna di un Oscar.

Whiplash gioca su un piano morale controverso e, come dichiarato in un’intervista dallo stesso Chazelle, pone lo spettatore di fronte a un dilemma: il fine giustifica i mezzi? Nel porsi questo domanda bisogna fare attenzione a non cadere in inganno. Whiplash non parla, come a tutta prima potrebbe sembrare, di apprendimento. Né di motivazione propriamente intesa. Come notato, il film è incentrato su un abuso di potere che non può in nessun modo essere inteso come una lezione sull’efficacia di un insegnamento condotto, con stampo militaresco, in maniera punitiva e violenta.

Sono in molti a essersi scagliati contro il messaggio potenzialmente controverso del film. In particolare, gli appassionati di jazz hanno trovato indebito l’utilizzo di un aneddoto loro particolarmente caro, cioè quello sull’episodio in cui il sassofonista Charlie Parker imparò qualcosa di decisivo per il suo apprendimento. Nella versione cinematografica, l’episodio è raccontato in questi termini: quando Parker era, appena sedicenne, agli inizi del suo apprendistato musicale, gli capitò di suonare in jam session con l’orchestra del grande pianista Count Basie. Quando salì sul palco, il suo assolo fu immediatamente bloccato dal batterista Joe Jones, che gli scaraventò addosso, mancando di poco di colpirlo alla testa, un piatto della batteria. In seguito a questo episodio – narra nel film il dittatoriale maestro di musica – Parker fuggì dal palco e si rinchiuse in casa a studiare per evitare di incorrere di nuovo in simili punizioni sul palco. Fu così che, lavorando duramente su se stesso, Parker divenne poi “bird”, cioè il più grande sassofonista di tutti i tempi. Come ogni appassionato di jazz sa bene – e come notano le riviste «Slate» e, con particolare acrimonia, «New Yorker» – , non andò proprio così.

L’episodio è piuttosto noto, raccontato da diversi libri dedicati a Charlie Parker fra i quali il più recente è l’ottimo Fulmini a Kansas City (2014) di Stanley Crouch. Il batterista Joe Jones non tirò il piatto addosso a Parker per colpirlo, ma lo gettò a terra a mo’ di gong, come a dire: “il tuo tempo sul palco è scaduto, pivello”. Questo gesto, una consuetudine delle jam session della band di Basie, bollava ironicamente la performance di un musicista suggerendogli di tornare a far pratica. Parker se ne andò dal palco in effetti sconsolato, ma dal quel momento prese per lui avvio uno studio della musica molto attento alla dimensione relazionale, sorretta dal positivo rapporto con maestri, mentori e compagni di jam session. L’aneddoto non racconta dunque né di un gesto violento e punitivo né di un supposto valore perfezionista di una pratica solitaria (quella su cui si concentra il protagonista di Whiplash). Trasferisce al contrario un gesto tutt’al più ironico e, soprattutto, il senso di un apprendimento autentico perché relazionale. Questa è la lezione più preziosa offerta dal jazz a chiunque si confronti con l’imparare. Una lezione che un film pur ottimo come Whiplash manca totalmente di cogliere.

[ illustrazione: fotogramma dal film Whiplash di Damien Chazelle – 2014 ]

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SCIENZA, STORIE

La storia di Phineas Gage, il più grande mistero della neuroscienza

13 settembre 1848: Phineas Gage, impiegato dell’impresa americana Rutland and Burlington Railroad, si trova a Cavendish (contea di Windor) per liberare da alcune rocce un tratto di terreno destinato a una nuova linea. Mentre maneggia un’asta di pigiatura per sistemare una carica esplosiva, resta vittima di una detonazione che scaglia l’asta metallica a mo’ di proiettile verso il suo volto. L’asta, lunga oltre un metro e del diametro di tre centimetri, attraversa il suo cranio da una parte all’altra. Gage sopravvive all’incidente, senza nemmeno perdere conoscenza. Da quel momento in poi, Phineas Gage (1823-1860) diventa un caso studiato dagli scienziati di tutto il mondo. Un articolo della rivista «Slate» ricostruisce la storia di questi studi, indagando le diverse posizioni da cui la sorte di Gage è stata interpretata nel corso del tempo.

La principale teoria su Gage inizia a essere alimentata dal dottore che gli fornisce le prime cure. John Harlow – questo il nome del medico – riporta che Gage si trova in uno stato di salute mediamente buono (al netto della perdita delle capacità visive di un occhio), anche se risulta caratterialmente “cambiato”. La lesione riportata al lobo frontale del cervello pare infatti aver mutato l’equilibrio mentale di Gage. In relazione a questi supposti cambiamenti comportamentali, Gage viene licenziato dall’impresa ferroviaria e inizia a viaggiare, accompagnato dall’asta che gli ha trafitto il cranio, come fenomeno da baraccone. Le uniche immagini fotografiche che lo rappresentano risalgono a quest’epoca e lo ritraggono in compagnia dell’inseparabile asta metallica. Qualche anno dopo, Gage trova impiego come conducente di diligenze, prima nel New Hampshire, poi emigrando in Cile, dove resta ben sette anni. Termina la sua esistenza a San Francisco dove muore nel 1860, cioè ben dodici anni dopo il suo terribile incidente.

A questo punto della vicenda fa la sua ricomparsa il dottor Harlow, che contatta la famiglia per estrarre il corpo di Gage dalla tomba al fine di analizzarlo. A oggi, il cranio di Gage è conservato – ovviamente insieme all’asta – presso l’Harvard Medical School di Boston e continua a essere oggetto di studi che, a partire dalle prime analisi di Harlow, sono giunti fino a sofisticate ricostruzioni digitali del cranio, delle dinamiche dell’incidente e dei possibili danni cerebrali subiti da Gage. Come nota l’articolo di «Slate», il caso di Gage è stato letto alla luce di tutte le mode scientifiche avvicendatesi dalla metà dell’Ottocento a oggi, dalla frenologia fino alla teoria delle intelligenze multiple. In tutti i casi, basandosi più sulla volontà di trovare conferme alle proprie convinzioni che non su un’effettiva indagine scientifica.

La teoria più recente nasce da una riflessione sull’attività di conducente di diligenze condotta da Gage negli ultimi anni di vita. Il complesso sistema di redini usato da Gage richiedeva l’impiego di tutte le dita delle mani e una grande destrezza: come è possibile che una persona colpita da gravi danni al cervello potesse dar prova di una simile abilità di coordinamento e precisione? Questa è la domanda con cui Malcolm Macmillan, studioso della University of Melbourne, intende sostenere la sua tesi: l’equilibrio psichico di Gage fu probabilmente compromesso dall’incidente a un livello inferiore rispetto a quello che è stato per lungo tempo ipotizzato e, se è vero che Gage ha potuto trascorrere una vita normale per molti anni, emigrando in Cile e occupandosi di un lavoro con alti requisiti a livello di coordinazione neurologica, tutto questo può essere una prova delle capacità rigenerative della materia celebrale. Ma attenzione: questa è solo l’ultima di una lunga serie di interpretazioni. La storia di Gage continuerà con tutta probabilità ad accompagnare le teorie – e i sogni – di nuove generazioni di studiosi.

[ illustrazione: dagherrotipo che ritrae Phineas Gage negli anni immediatamente seguenti all’incidente del 1848 – immagine ritrovata nel 2010 ]

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CINEMA, COMPLESSITÀ, ECONOMIA, LAVORO, POLITICA, TECNOLOGIA

La Guerra Fredda e il successo di Silicon Valley

C’è un fondamentale dettaglio sull’ascesa di Apple Computer che l’apologetico (e in definitiva mal fatto) film Jobs (2013) di Joshua Michael Stern manca di mettere in luce: quello delle condizioni di contesto di cui Steve Jobs e Steve Wozniak poterono giovarsi. Ne parla, indirettamente, un articolo della rivista Slate.

Negli anni della Guerra Fredda il governo americano, terrorizzato dal fatto che qualsiasi nuova scoperta potesse essere usata in chiave di arma militare, investì una ingente quantità di denaro nella ricerca accademica e scientifica. Un esempio di questa politica fu la nascita nel decennio 1958-1968 di ARPANET, esperimento comunicativo pilota destinato a dar vita negli anni successivi a internet.

In relazione alla compresenza di basi militari, centri tecnologici e poli universitari di prestigio, le due aree americane che più beneficiarono di investimenti governativi fin dagli anni ’40 furono Silicon Valley e la “route 128” in Massachussets (area di pertinenza del MIT e dell’università di Harvard). La spinta alla ricerca e la stabilità economica generate in quegli anni hanno costruito un formidabile humus culturale ed economico che nei decenni successivi ha permesso la sopravvivenza e il successo di moltissime startup tecnologiche fra cui Hewlett-Packard, Fairchild, Xerox – e ovviamente Apple.

[ illustrazione: fotogramma dal film Jobs (2013) di Joshua Michael Stern ]

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